lunedì , 17 Dic 2018
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Dalla normalità al conformismo, cercando il senso concreto delle cose

Io non mi sento una persona normale, e su questo penso ci sia poco da aggiungere; fin dalla più giovane età ho sempre osservato con sospetto la normalità, concetto che troppo spesso associavo a quel termine “terribile” che tanto agitava i sonni di noi che eravamo giovani fra gli anni ottanta e i novanta: il “conformismo”.

Il concetto di normalità potrebbe aver senso se esistesse un valore assoluto, la cosiddetta norma, sempre valido in qualsiasi contesto storico, geografico o sociale; noi però sappiamo che un simile concetto non è reale: la norma come valore assoluto non è mai esistita, essendosi da sempre adeguata alle stringenti esigenze dei tempi.

Secoli addietro era lecito organizzare spettacoli cruenti, veniva considerato “nella norma” che tali spettacoli potessero concludersi anche con lo spargimento di sangue; oggi il senso etico, che si è evoluto rispetto ad allora, ci spinge a considerare sbagliato anche un semplice spettacolo che sfrutta animali in cattività; negli ultimi decenni, infatti, hanno assunto dimensioni significative i movimenti d’opinione che richiedono l’abolizione, ex legge, di questo tipo di spettacolo.

Ma, come dicevo prima, negli anni 80 e 90 era il “conformismo” l’altro concetto che preoccupava molto noi giovani d’allora; eravamo soliti assimilare l’idea di normalità con quella di conformità ai costumi socialmente accettati, ed era allora che l’inquietudine tardo adolescenziale ci spingeva a rifuggire dal concetto di “normalità”, poiché lo associavamo a quello di “conformismo”.

Un simile atteggiamento era giustificato allora: eravamo ragazzi; oggi da esseri umani giunti alla soglia dell’età matura, ammesso che 49 anni possano essere considerati età matura, non è più possibile lasciarsi incantare da considerazioni che rasentano il limite della superficialità. Se il concetto di normalità è vuoto e privo di significato, occorrerebbe sostituirlo con qualcosa di più significativo. Forse sarebbe il caso, quindi, di parlare di adeguatezza piuttosto che di normalità. Ciò che forse va ricercato, in quanto funzionale a una vita armonica e soddisfacente, è proprio il concetto di adeguatezza, ossia quell’arte di riuscire a individuare i comportamenti, i codici, gli stili di vita, i costumi, le abitudini e qualsiasi altra cosa possa contribuire a migliorare la nostra condizione di vita.  Si può quindi dire che anche i concetti di conformismo e anticonformismo assumono alla luce di queste considerazioni un significato assai diverso.

Cosa dobbiamo intendere per conformismo e anticonformismo?

Conformarsi ai comportamenti sociali che osserviamo negli altri, e che si sono dimostrati adeguati, è conformismo?

Ed è bene o è male essere conformisti secondo questo significato estensivo?

Quindi, è meglio stare bene o stare male?

Mi si perdoni l’ultima domanda retorica ma, nei fatti, è come dire che i termini della questione sono così chiari e delineati da non lasciar adito ad alcun dubbio: certo che è meglio stare bene!

Ecco quindi che emerge la lezione che ho appreso osservando il mondo riflesso negli occhi di mio figlio: l’essenzialità della ricerca dell’adeguatezza, dove l’adeguato non è altro che qualsiasi cosa ci consenta di stare bene noi e di far stare bene tutti coloro che ci circondano. Questo insegnamento cerco di applicarlo ogni giorno nella mia vita, tanto che la ricerca del comportamento adeguato è ormai un must nell’ambito degli interventi riabilitativi che mettiamo quotidianamente in atto per nostro figlio, dove per adeguato non deve intendersi ciò che può essere accettato dagli altri ma, piuttosto, ciò che fa stare in armonia con gli altri, a prescindere dal fatto che sia un comportamento considerato più o meno normale.

About Pietro Basile

Nato a Catania nel 1969, abita a Roma dal 2005, ed è padre di un ragazzo autistico. E' l'ideatore e il curatore di DiccaUaua.it.

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